Come stanno cambiando i valori, le aspettative e le scelte professionali delle nuove generazioniPer molto tempo il successo lavorativo è stato raccontato attraverso immagini precise: una carriera lineare, lo stesso posto di lavoro mantenuto per molti anni, promozioni progressive, disponibilità continua e capacità di sacrificare tempo ed energie per raggiungere una posizione più elevata.
Molti giovani adulti contemporanei sembrano mettere in discussione questo modello. Nel valutare un’offerta di lavoro non considerano soltanto lo stipendio o il prestigio del ruolo, ma anche gli orari, la flessibilità, il clima aziendale, il tempo necessario per gli spostamenti, le possibilità di crescita e l’effetto che quel lavoro potrebbe avere sulla loro salute e sulla loro vita privata.
Questa trasformazione viene talvolta interpretata come mancanza di ambizione, scarsa capacità di sacrificio o rifiuto delle responsabilità. La ricerca suggerisce però una lettura diversa: molti giovani non attribuiscono meno valore al lavoro, ma cercano di inserirlo in un progetto di vita più ampio.
Non desiderano necessariamente lavorare meno. Desiderano evitare che il lavoro occupi ogni spazio disponibile.
I giovani sono davvero meno ambiziosi?
Le differenze tra generazioni non devono essere generalizzate. Non tutti i giovani hanno gli stessi valori, così come non tutti gli adulti delle generazioni precedenti considerano la carriera più importante della vita privata.
Una ricerca pubblicata nel 2026 su professionisti spagnoli ha mostrato che le condizioni occupazionali, la fase della carriera e le caratteristiche individuali possono spiegare l’impegno lavorativo meglio della semplice appartenenza a una generazione. Gli studi sulle generazioni devono quindi essere letti con cautela, evitando di trasformare le tendenze statistiche in stereotipi.
Esistono però alcuni orientamenti ricorrenti.
L’indagine globale Deloitte del 2026, condotta su 22.595 persone appartenenti alla Generazione Z e alla generazione millennial in 44 Paesi, mostra che soltanto il 25% dei giovani della Generazione Z preferisce una carriera caratterizzata da promozioni rapide. Il 44% predilige una crescita più graduale, mentre il 21% prenderebbe in considerazione uno spostamento laterale o anche un temporaneo passo indietro per trovare un ruolo più adatto nel lungo periodo.
Soltanto il 6% degli intervistati indica il raggiungimento di una posizione di leadership come principale obiettivo professionale. Questo non significa che i giovani rifiutino ruoli di responsabilità: il 76% della Generazione Z dichiara di essere interessato a raggiungere, prima o poi, una posizione di leadership. Ciò che cambia è la disponibilità a farlo rapidamente e a qualsiasi costo.
Tra gli ostacoli percepiti rispetto alla leadership, i giovani indicano soprattutto:
Possibile costo della leadershipGen Z che lo considera un ostacoloStress e rischio di burnout50%Responsabilità eccessive50%Peggioramento dell’equilibrio tra lavoro e vita privata41%Questi dati suggeriscono una forma di ambizione più selettiva: non soltanto salire di livello, ma capire se la posizione desiderata sia compatibile con la propria salute, i propri valori e la vita che si vuole costruire.
Il lavoro resta importante, ma non deve definire tutta l’identità
Per alcune generazioni il lavoro ha rappresentato una delle principali fonti di identità sociale. Alla domanda «Chi sei?», era frequente rispondere indicando prima di tutto la propria professione.
Molti giovani adulti continuano a desiderare un lavoro soddisfacente e una stabilità economica, ma sembrano meno disposti a far coincidere interamente il proprio valore personale con la posizione occupata.
Accanto all’identità professionale vogliono conservare:
relazioni affettive e familiari;
amicizie;
interessi personali;
attività fisica;
partecipazione sociale;
riposo;
formazione;
possibilità di viaggiare;
tempo non necessariamente produttivo.
L’OCSE osserva che le nuove generazioni tendono a ricercare maggiore flessibilità, possibilità di lavoro ibrido e, in alcuni casi, una riduzione dell’orario. Questa tendenza si inserisce in un cambiamento sociale più ampio, nel quale il progresso personale non viene misurato esclusivamente attraverso il reddito o la posizione gerarchica.
Avere una vita al di fuori del lavoro non significa essere poco motivati. Significa riconoscere che una persona possiede più ruoli e più fonti di realizzazione.
Quali valori orientano le scelte lavorative dei giovani adulti?
Equilibrio tra lavoro e vita privata
Il work–life balance non consiste semplicemente nell’avere più ore libere.
Significa poter lavorare senza compromettere stabilmente:
sonno;
salute;
relazioni;
responsabilità familiari;
interessi;
tempo di recupero;
possibilità di progettare la propria vita.
La ricerca psicologica mostra che il distacco mentale dal lavoro durante il tempo libero è collegato a minore esaurimento, migliore qualità del sonno e maggiore benessere. Una meta-analisi basata su 316 campioni indipendenti e quasi 100.000 partecipanti ha rilevato che rilassamento e attività capaci di sviluppare interessi e competenze favoriscono sia il benessere personale sia diversi esiti lavorativi positivi.
Il tempo libero, quindi, non è soltanto ciò che rimane dopo il lavoro. È uno spazio necessario per recuperare energie fisiche e cognitive.
Autonomia
Molti giovani cercano lavori nei quali sia possibile esercitare un certo controllo su tempi, modalità e organizzazione delle attività.
L’autonomia non significa poter fare sempre ciò che si vuole. Significa comprendere gli obiettivi, avere margini decisionali realistici e non sentirsi controllati in ogni momento.
Secondo la teoria dell’autodeterminazione, la motivazione di buona qualità è sostenuta da tre bisogni psicologici fondamentali:
BisognoNel contesto lavorativo significaAutonomiaPercepire una possibilità di scelta e iniziativaCompetenzaSentirsi capaci di apprendere e affrontare compiti adeguatiRelazioneSentirsi rispettati, inclusi e connessi agli altriUna meta-analisi pubblicata nel 2026 conferma che la soddisfazione di questi bisogni è associata a maggiore coinvolgimento, soddisfazione lavorativa, benessere e prestazioni più funzionali.
Significato
Lo stipendio rimane fondamentale, soprattutto in un periodo caratterizzato da costi elevati e difficoltà abitative. Tuttavia, per molte persone non è sufficiente.
I giovani cercano più frequentemente di comprendere:
«Perché sto facendo questo lavoro?»
«È coerente con ciò in cui credo?»
«Sto imparando qualcosa?»
«Il mio contributo viene riconosciuto?»
«Questa attività produce un effetto utile per qualcuno?»
Una meta-analisi di 44 studi, con oltre 23.000 partecipanti, ha trovato associazioni consistenti tra percezione di un lavoro significativo, coinvolgimento, soddisfazione professionale, impegno verso l’organizzazione e intenzione di rimanere nel proprio ruolo.
Cercare significato non implica necessariamente svolgere una professione socialmente prestigiosa o “cambiare il mondo”. Anche un’attività ordinaria può essere significativa quando è comprensibile, dignitosa, coerente con i propri valori e riconosciuta dagli altri.
Possibilità di apprendere
La carriera lineare sta lasciando spazio a percorsi più articolati. I giovani possono cambiare azienda, settore, ruolo o modalità di lavoro per acquisire competenze differenti.
Il cambiamento frequente non è sempre positivo: può dipendere da contratti instabili, condizioni insoddisfacenti o mancanza di alternative. Può però anche rappresentare una strategia per trovare una migliore corrispondenza tra capacità, interessi e lavoro. L’OCSE rileva che i passaggi da un impiego all’altro sono più frequenti tra i giovani e possono, in alcune circostanze, favorire un migliore incontro tra competenze e occupazione.
Coerenza etica
L’immagine dell’azienda, il rispetto delle persone, l’inclusione, la sostenibilità e la trasparenza possono influire sulla scelta di accettare o mantenere un lavoro.
Non si tratta necessariamente di idealismo. Trascorrere molte ore in un’organizzazione percepita come incoerente con i propri valori può generare conflitto interiore, disaffezione e perdita di significato.
Gli studi più recenti rilevano tra i giovani una particolare attenzione alla sostenibilità personale, all’etica organizzativa, alla diversità e alla qualità dell’ambiente di lavoro. Allo stesso tempo, questi bisogni non appartengono esclusivamente alla Generazione Z: anche lavoratori più adulti attribuiscono grande importanza a un clima positivo, alla prevedibilità degli orari e alla compatibilità con la vita familiare.
Perché i giovani sembrano più consapevoli dei costi del lavoro?
Hanno osservato il burnout delle generazioni precedenti
Molti giovani sono cresciuti vedendo genitori e adulti lavorare con ritmi intensi, rispondere alle comunicazioni professionali durante il tempo libero e rinunciare progressivamente a interessi e relazioni.
Possono quindi aver sviluppato una maggiore attenzione verso i costi psicologici di una carriera fondata sulla disponibilità permanente.
Questa consapevolezza non elimina il rischio di burnout, ma rende più probabile che venga nominato e discusso.
Possiedono un linguaggio psicologico più accessibile
Termini come burnout, stress cronico, confini, salute mentale e ambiente lavorativo tossico sono entrati nel linguaggio comune.
Questa diffusione può essere positiva perché permette di riconoscere prima alcune difficoltà. Può però anche produrre semplificazioni: non ogni momento di stanchezza è burnout, non ogni conflitto indica un ambiente tossico e non ogni richiesta organizzativa costituisce una violazione dei propri confini.
La maggiore consapevolezza deve quindi essere accompagnata dalla capacità di distinguere tra:
normale fatica;
difficoltà temporanea;
fase di apprendimento;
conflitto risolvibile;
condizione lavorativa realmente dannosa.
La pandemia ha reso visibile la possibilità di lavorare diversamente
Il lavoro da remoto e quello ibrido hanno mostrato che alcune attività possono essere organizzate senza una presenza quotidiana in sede.
Per molti giovani la flessibilità non rappresenta più un beneficio eccezionale, ma un elemento da valutare concretamente. Eurofound ha rilevato che quasi la metà dei giovani europei desiderava cambiare lavoro entro un anno, con percentuali maggiori tra chi non aveva mai la possibilità di lavorare da casa e tra chi aveva contratti insicuri.
Il lavoro a distanza non è però automaticamente migliore. Può ridurre gli spostamenti e offrire autonomia, ma può anche aumentare isolamento, disponibilità continua e confusione tra vita privata e professionale.
La vera qualità non dipende soltanto dal luogo in cui si lavora, ma dalla presenza di confini chiari, obiettivi realistici, relazioni professionali adeguate e diritto alla disconnessione.
Le promesse tradizionali della carriera appaiono meno sicure
La disponibilità al sacrificio era più facilmente sostenibile quando appariva collegata a una prospettiva prevedibile: stabilità, aumento del reddito, acquisto di una casa e costruzione di una famiglia.
Oggi molti giovani affrontano costi abitativi elevati e maggiore incertezza. Nel sondaggio Deloitte del 2026, il 69% della Generazione Z afferma che disponibilità e costo delle abitazioni influenzano direttamente le proprie decisioni professionali e il luogo nel quale può lavorare. Il 55% dichiara di aver rinviato almeno una scelta importante, come formarsi ulteriormente, avviare un’attività o costruire una famiglia, a causa delle proprie condizioni economiche.
In Italia, inoltre, il tasso di occupazione rimane inferiore alla media europea. Istat segnala che nel 2025 era pari al 62,5% tra i 15 e i 64 anni, rispetto al 71% dell’Unione europea, mentre negli ultimi vent’anni l’aumento complessivo degli occupati ha riguardato soprattutto le fasce di età più elevate.
In questo contesto, essere leali verso un’organizzazione senza ricevere stabilità, sviluppo o riconoscimento può apparire poco razionale.
Qualità della vita non significa assenza di impegno
Una delle incomprensioni più frequenti consiste nel contrapporre benessere e produttività.
Il ragionamento implicito è:
«Se una persona vuole tempo libero, non è abbastanza motivata.»
La ricerca non sostiene questa conclusione. Una revisione del 2026 sottolinea che non esistono prove sufficienti per descrivere la Generazione Z come meno disponibile a lavorare intensamente. Molti giovani risultano orientati alla prestazione, alla crescita e al contributo sociale, ma desiderano affiancare all’impegno professionale una vita personale soddisfacente.
La differenza riguarda soprattutto il tipo di sacrificio considerato accettabile.
Un giovane può essere disposto a:
impegnarsi per un progetto importante;
affrontare un periodo intenso;
assumersi responsabilità;
studiare e aggiornarsi;
cambiare città;
sviluppare nuove competenze.
Può essere meno disposto ad accettare:
straordinari abituali e non riconosciuti;
reperibilità permanente;
orari imprevedibili;
leadership aggressiva;
assenza di possibilità di crescita;
sacrifici senza una prospettiva comprensibile;
svalutazione sistematica della vita privata.
Non è necessariamente un rifiuto del lavoro. È una richiesta di reciprocità.
La nuova idea di successo
Per molti giovani adulti il successo non è più rappresentato esclusivamente da una promozione verticale.
Può significare:
raggiungere un reddito sufficiente senza vivere costantemente sotto pressione;
svolgere un’attività coerente con i propri valori;
avere tempo per relazioni e interessi;
continuare a imparare;
non portare ogni sera il lavoro nella propria vita privata;
poter rifiutare ambienti svalutanti;
costruire una carriera sostenibile nel tempo.
Questo cambiamento emerge chiaramente dai dati Deloitte: la maggioranza dei giovani preferisce una crescita graduale o percorsi non lineari, mentre soltanto una minoranza considera prioritaria una rapida ascesa gerarchica.
Una posizione più elevata non viene rifiutata in assoluto. Viene valutata chiedendosi:
«Che cosa dovrò perdere per ottenerla?»
Quando la ricerca dell’equilibrio può diventare problematica
La consapevolezza dei propri bisogni è utile, ma non elimina la necessità di confrontarsi con limiti, responsabilità e frustrazioni.
La ricerca del lavoro perfetto può diventare disfunzionale quando una persona:
interrompe ogni esperienza alla prima difficoltà;
interpreta qualsiasi richiesta come una violazione;
non accetta periodi di apprendimento o insicurezza;
pretende che il lavoro soddisfi ogni bisogno personale;
cambia continuamente senza comprendere che cosa non funziona;
considera la motivazione come una sensazione che dovrebbe essere sempre presente;
confonde la tutela di sé con l’evitamento di ogni impegno.
Nessun lavoro può garantire contemporaneamente stipendio elevato, completa libertà, assenza di stress, crescita rapida, stabilità assoluta e totale coerenza con i propri interessi.
Una scelta consapevole non consiste nel trovare una condizione priva di costi, ma nell’individuare quali costi si è disposti a sostenere e quali sono incompatibili con il proprio benessere.
Come valutare un’offerta di lavoro
Prima di accettare una proposta può essere utile considerare più dimensioni.
DimensioneDomande da porsiRetribuzioneÈ sufficiente rispetto a responsabilità, costo della vita e spostamenti?OrarioÈ prevedibile? Gli straordinari sono occasionali o strutturali?FlessibilitàÈ reale oppure esiste soltanto sulla carta?ClimaCome vengono gestiti errori, conflitti e feedback?AutonomiaPosso organizzare almeno in parte il mio lavoro?ApprendimentoAcquisirò competenze utilizzabili anche in futuro?SignificatoComprendo l’utilità del mio ruolo?CoerenzaL’organizzazione rispetta valori per me importanti?ConfiniÈ prevista una disponibilità continua fuori orario?SviluppoEsistono possibilità concrete di crescita?SostenibilitàPotrei mantenere questo ritmo per alcuni anni?Vita privataQuanto tempo rimarrebbe per sonno, relazioni e interessi?La risposta non sarà uguale per tutti.
Una persona può scegliere temporaneamente un lavoro più impegnativo per acquisire esperienza o raggiungere un obiettivo economico. Un’altra può privilegiare un orario ridotto per occuparsi della famiglia, studiare o proteggere la propria salute.
La consapevolezza consiste nel riconoscere che si sta compiendo una scelta e comprenderne le conseguenze.
Cambiare lavoro non è sempre instabilità
Eurofound rileva che i giovani europei risultano meno soddisfatti del proprio lavoro rispetto alle fasce di età più adulte e desiderano maggiore autonomia. Quasi la metà dichiara l’intenzione di cambiare occupazione entro un anno.
Cambiare può indicare:
precarietà;
insoddisfazione;
mancanza di prospettive;
cattivo clima aziendale;
bisogno di un reddito migliore;
desiderio di apprendere;
ricerca di maggiore coerenza personale;
evoluzione dei propri obiettivi.
La durata di un rapporto lavorativo, da sola, non permette quindi di valutarne la qualità.
Rimanere a lungo nella stessa azienda può indicare stabilità e appartenenza, ma anche paura del cambiamento. Cambiare frequentemente può rappresentare esplorazione e capacità di adattamento, ma anche difficoltà nel tollerare i normali limiti di ogni ambiente.
La domanda più utile non è soltanto «Quanto tempo sei rimasto?», ma:
«Che cosa hai imparato e perché hai deciso di cambiare?»
Un messaggio per i giovani adulti
Desiderare una buona qualità della vita è legittimo.
Il lavoro non deve consumare completamente salute, relazioni e identità. È però importante trasformare questo desiderio in criteri concreti, non soltanto in un generico bisogno di stare bene.
Può essere utile chiedersi:
quali valori sono davvero irrinunciabili;
quale reddito è necessario;
quanto tempo si è disposti a dedicare al lavoro;
quali sacrifici sono temporaneamente accettabili;
quali competenze si vogliono sviluppare;
quale tipo di responsabilità si desidera;
che cosa si intende personalmente per successo.
Non esiste una scelta professionale perfetta. Esiste una scelta sufficientemente coerente con la persona che si è oggi e con quella che si desidera diventare.
Un messaggio per aziende e adulti
Definire i giovani “pigri” o “poco fedeli” non aiuta a comprenderli e non migliora la produttività.
Le organizzazioni capaci di trattenere i lavoratori più giovani non sono necessariamente quelle che eliminano ogni richiesta, ma quelle che offrono:
obiettivi comprensibili;
orari sufficientemente prevedibili;
feedback;
possibilità di apprendimento;
leadership rispettosa;
margini di autonomia;
retribuzioni coerenti;
carichi di lavoro sostenibili;
opportunità reali di crescita.
In uno studio del 2025 su infermieri della Generazione Z, il work–life balance è risultato il fattore più fortemente associato all’intenzione di lasciare il lavoro. Il dato riguarda uno specifico settore e non può essere generalizzato a ogni professione, ma mostra quanto l’organizzazione della vita lavorativa possa influire sulla permanenza dei giovani in azienda.
La richiesta di benessere non dovrebbe essere considerata un ostacolo alla prestazione. Può diventare una condizione per mantenerla nel tempo.
Lavorare per vivere non significa vivere senza impegno
I giovani adulti non stanno necessariamente rinunciando al lavoro. Stanno ridefinendo il posto che dovrebbe occupare nella loro vita.
Continuano a cercare stabilità economica, crescita e riconoscimento, ma sono più propensi a domandarsi se il prezzo richiesto sia sostenibile.
Questa maggiore attenzione può dipendere dall’incertezza economica, dall’esperienza della pandemia, dalla diffusione di una cultura della salute mentale e dall’osservazione dei costi prodotti da modelli professionali fondati sul sacrificio permanente. Si tratta di un’inferenza coerente con i dati disponibili, non di una caratteristica universale di ogni giovane.
Privilegiare tempo libero e qualità della vita non significa necessariamente avere meno ambizione. Può significare desiderare una carriera che non richieda di rinunciare a tutto il resto.
Il successo professionale non consiste soltanto nell’arrivare più in alto. Consiste anche nel riuscire a costruire una vita nella quale il lavoro abbia valore senza diventare l’unica misura del proprio valore.
Fonti principali
Deloitte, 2026 Gen Z and Millennial Survey, indagine su 22.595 partecipanti in 44 Paesi.
Eurofound, Becoming adults: Young people in a post-pandemic world.
OECD, Trends Shaping Education 2025 – Work and progress.
Istat, I cambiamenti del lavoro, tra progressi e ritardi, 2026.
Scurtu-Tura, Jiménez-Soto e Infante-Rejano, studio sul determinismo generazionale e l’impegno lavorativo, 2026.
Howard e colleghi, meta-analisi sulla teoria dell’autodeterminazione e gli esiti lavorativi, 2026.
Allan e colleghi, meta-analisi sugli effetti del lavoro significativo.
Headrick e colleghi, meta-analisi sulle esperienze di recupero dal lavoro.
