Opportunità, autodiagnosi e rischi dell’uso dell’IA come supporto psicologico tra gli adolescenti
L’intelligenza artificiale è entrata rapidamente nella vita quotidiana degli adolescenti. Viene utilizzata per studiare, cercare informazioni, scrivere testi, trovare idee e risolvere problemi. Sempre più spesso, però, ragazze e ragazzi si rivolgono ai chatbot anche per parlare di ansia, tristezza, solitudine, conflitti familiari, difficoltà relazionali o dubbi sulla propria salute mentale.
Un chatbot è sempre disponibile, risponde in pochi secondi e non sembra sorpreso o giudicante. Per un adolescente che teme di essere frainteso, che non sa come chiedere aiuto o che sta aspettando di incontrare uno psicologo, questa possibilità può apparire rassicurante.
Il problema non è necessariamente utilizzare l’intelligenza artificiale per riflettere sulle proprie emozioni. Il rischio nasce quando una tecnologia generalista viene considerata un terapeuta, una fonte diagnostica attendibile o l’unico interlocutore al quale affidare il proprio malessere.
L’intelligenza artificiale può organizzare parole e informazioni, ma non possiede coscienza, responsabilità clinica o una reale comprensione della persona. Non osserva il comportamento, non conosce pienamente il contesto familiare e sociale e non può intervenire concretamente in una situazione di pericolo.
Quanti adolescenti utilizzano i chatbot?
Il fenomeno non è più marginale.
Un’indagine del Pew Research Center condotta nel 2025 su adolescenti statunitensi tra 13 e 17 anni ha rilevato che il 64% aveva utilizzato almeno una volta un chatbot basato sull’intelligenza artificiale e il 28% lo utilizzava quotidianamente. ChatGPT risultava lo strumento più diffuso. Questi dati riguardano qualsiasi tipo di utilizzo, non soltanto quello emotivo o psicologico.
Uno studio nazionale pubblicato nel giugno 2026 su JAMA Pediatrics, basato su un campione rappresentativo di giovani statunitensi tra 12 e 21 anni, ha rilevato che:
DatoPercentualeGiovani che avevano chiesto a un chatbot consigli sulla propria salute mentale19,2%Utilizzatori che lo facevano almeno mensilmente42,8%Utilizzatori che giudicavano le risposte almeno in parte utili91,7%Utilizzatori che non ne avevano parlato con nessuno63,3%Utilizzatori quotidiani o quasi quotidiani, tra chi chiedeva consigli psicologici5,8%In termini di popolazione, il 19,2% corrispondeva a circa 8,2 milioni di adolescenti e giovani adulti negli Stati Uniti. L’impiego per consigli psicologici era inoltre aumentato rispetto al 13,1% rilevato dagli stessi ricercatori nel 2024.
Un’altra indagine statunitense del 2025, dedicata specificamente ai cosiddetti AI companion, cioè chatbot progettati per simulare amicizia, vicinanza emotiva o relazioni, ha rilevato che quasi tre adolescenti su quattro ne avevano provato almeno uno. Circa la metà li utilizzava regolarmente, un terzo aveva scelto almeno una volta di parlare con l’IA invece che con una persona di un problema serio e un quarto aveva condiviso informazioni personali. Questi dati provengono da un’indagine osservativa e non dimostrano che l’IA abbia sostituito stabilmente le relazioni umane, ma mostrano quanto rapidamente questi strumenti siano entrati nella sfera privata degli adolescenti.
I dati disponibili provengono soprattutto da Stati Uniti e altri Paesi anglofoni. Non possono quindi essere trasferiti automaticamente alla realtà italiana, ma descrivono una tendenza che riguarda anche i giovani europei. Un’indagine condotta nel 2026 su 3.800 persone tra 11 e 25 anni in Francia, Germania, Svezia e Irlanda ha rilevato che quasi una persona su due aveva utilizzato chatbot per parlare di questioni intime o personali.
Perché parlare con un’intelligenza artificiale può sembrare più facile?
Il ricorso a un chatbot non nasce necessariamente da ingenuità o da scarso interesse per le relazioni reali. Spesso risponde a bisogni comprensibili.
È immediatamente disponibile
Un adolescente può scrivere durante la notte, dopo una discussione o nel momento preciso in cui avverte ansia. Non deve aspettare un appuntamento e non deve affrontare il timore di disturbare qualcuno.
Riduce la paura del giudizio
Parlare con una macchina può sembrare meno imbarazzante che raccontare a un adulto pensieri percepiti come strani, dolorosi o difficili da spiegare.
Permette di controllare la conversazione
La chat può essere interrotta, cancellata o riformulata. Questo senso di controllo può essere particolarmente rassicurante per chi teme il confronto diretto o il rifiuto.
Offre risposte ordinate e apparentemente personalizzate
I chatbot sono capaci di riassumere, riformulare e utilizzare un linguaggio empatico. Una risposta ben scritta può dare la sensazione di essere stati profondamente compresi, anche quando il sistema sta semplicemente producendo la sequenza di parole statisticamente più coerente con la conversazione.
Compensa temporaneamente le difficoltà di accesso ai servizi
Tempi di attesa, costi, distanza dai servizi, paura dello stigma e difficoltà nel coinvolgere la famiglia possono spingere un giovane a scegliere una soluzione immediata e gratuita.
Questi elementi spiegano perché una risposta dell’IA possa essere percepita come utile. Tuttavia, percepire sollievo non equivale a ricevere una valutazione clinicamente corretta. Lo stesso studio di JAMA Pediatrics osserva che l’elevata soddisfazione potrebbe dipendere anche dalla tendenza dei chatbot a essere accondiscendenti, rassicuranti e confermativi.
L’intelligenza artificiale può essere utile alla salute mentale?
Una risposta completamente negativa sarebbe poco realistica.
Alcuni strumenti digitali specificamente progettati per il benessere psicologico possono aiutare a:
riconoscere e nominare le emozioni;
tenere un diario;
ricordare esercizi di respirazione o rilassamento;
organizzare pensieri da discutere con uno psicologo;
preparare domande per una visita;
comprendere termini psicologici;
esercitarsi ad affrontare una conversazione difficile;
monitorare abitudini, sonno o livelli di stress;
ricevere indicazioni generali su come cercare aiuto.
Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2025 ha analizzato 26 studi sui chatbot generativi per la salute mentale, includendo 14 studi randomizzati e oltre 6.300 partecipanti nella meta-analisi. Il risultato medio indicava un effetto positivo piccolo o moderato, soprattutto sui sintomi depressivi. Tuttavia, gli effetti variavano molto tra gli studi, i risultati su ansia, stress e umore non erano sempre statisticamente significativi e nessuno degli studi randomizzati è stato classificato a basso rischio complessivo di bias. Gli autori sottolineano inoltre la scarsità di ricerche specificamente dedicate agli adolescenti.
È quindi importante distinguere:
StrumentoFunzione possibileLimiteApp strutturata e validata per esercizi psicologiciPuò integrare un percorso o favorire l’auto-osservazioneNon sostituisce la valutazione clinicaChatbot generativo generalistaPuò aiutare a riordinare pensieri e domandeNon è progettato né validato come terapeutaAI companionPuò offrire intrattenimento e una sensazione di compagniaPuò favorire antropomorfizzazione e attaccamentoPsicologo o psicoterapeutaValuta la persona nel suo contesto e costruisce un intervento responsabileRichiede una relazione reale, tempo e collaborazioneLa domanda più utile, quindi, non è: «L’IA fa bene o fa male?», ma: quale strumento viene utilizzato, per quale scopo, con quale frequenza e al posto di che cosa?
Farsi diagnosticare dall’intelligenza artificiale
Uno degli utilizzi più delicati consiste nel descrivere i propri sintomi e domandare:
«Secondo te ho l’ADHD?»
«Potrei essere depresso?»
«Ho un disturbo borderline?»
«Questi pensieri significano che ho un disturbo ossessivo-compulsivo?»
Nel 2026 l’American Psychological Association ha intervistato oltre 1.200 psicologi statunitensi. Il 39% ha riferito di aver incontrato pazienti che avevano utilizzato l’intelligenza artificiale per autodiagnosticarsi. Il 35% aveva incontrato pazienti che utilizzavano un chatbot come una sorta di ulteriore professionista della salute mentale. Si tratta delle osservazioni riferite dagli psicologi, non della percentuale dell’intera popolazione, ma il dato mostra quanto frequentemente il fenomeno stia arrivando anche nelle sedute cliniche.
Perché una diagnosi non può essere ottenuta attraverso una chat?
Una diagnosi psicologica non consiste nell’abbinare una lista di sintomi a un’etichetta.
Richiede di valutare:
quando sono comparsi i sintomi;
quanto durano e con quale frequenza si manifestano;
in quali contesti compaiono;
quanto interferiscono con scuola, lavoro, relazioni e autonomia;
l’età e la fase dello sviluppo;
la storia personale, familiare e medica;
la presenza di eventi traumatici o stressanti;
sonno, alimentazione, uso di sostanze e condizioni fisiche;
eventuali altri disturbi che possono produrre sintomi simili;
fattori protettivi e risorse della persona;
il rischio di comportamenti autolesivi o suicidari;
osservazioni cliniche e, quando necessario, test validati.
Il chatbot conosce soltanto ciò che l’utente decide di scrivere. Non può verificare le informazioni, osservare incongruenze, raccogliere dati da altre fonti o assumersi la responsabilità di una decisione clinica.
Anche quando i modelli ottengono risultati discreti su casi clinici già preparati dai ricercatori, questo non significa che possano diagnosticare una persona reale. In uno studio multicentrico del 2026 basato su cartelle cliniche psichiatriche, il modello con le prestazioni migliori ha raggiunto un’accuratezza diagnostica rigorosa del 71,7%. È un risultato interessante come possibile supporto alla ricerca o ai professionisti, ma implica comunque un numero rilevante di errori e riguarda dati clinici molto più strutturati delle descrizioni spontanee fornite da un utente.
I principali rischi dell’autodiagnosi
Identificarsi prematuramente con un’etichetta
Ricevere un nome per il proprio malessere può dare sollievo. Tuttavia, una diagnosi non verificata può diventare rapidamente parte dell’identità:
«Sono fatto così perché ho questo disturbo.»
«Non posso cambiare.»
«Tutto ciò che provo conferma la diagnosi.»
Il rischio è iniziare a interpretare ogni comportamento attraverso una sola spiegazione, trascurando alternative più semplici o più appropriate.
Cercare soltanto conferme
Quando si teme di avere un disturbo, è facile formulare domande che orientano già la risposta:
«Spiegami perché questi segnali dimostrano che ho l’ADHD.»
Un chatbot tende a seguire l’impostazione fornita dall’utente. Può quindi produrre una spiegazione convincente anche quando le informazioni sono incomplete.
Confondere sintomi comuni e disturbi clinici
Distrazione, oscillazioni dell’umore, insicurezza, pensieri ripetitivi e difficoltà relazionali possono comparire in molti momenti della vita. Diventano indicatori clinici solo quando assumono determinate caratteristiche di intensità, durata, pervasività e compromissione.
Trascurare altre spiegazioni
Difficoltà di concentrazione possono essere collegate, per esempio, ad ansia, depressione, privazione di sonno, stress, difficoltà scolastiche, uso di sostanze, condizioni mediche o problemi familiari. Una risposta basata su pochi messaggi può ignorare la diagnosi differenziale.
Ritardare la richiesta di aiuto
Una falsa rassicurazione può portare a sottovalutare un problema serio. Una diagnosi allarmante, al contrario, può aumentare ansia e paura senza offrire un percorso adeguato.
Il rischio di dipendenza: che cosa sappiamo realmente?
È necessario usare la parola dipendenza con precisione.
Attualmente non esiste una diagnosi clinica universalmente riconosciuta di “dipendenza da chatbot”. La ricerca parla soprattutto di:
uso problematico;
dipendenza emotiva percepita;
attaccamento eccessivo;
perdita di controllo;
sostituzione delle relazioni;
utilizzo compulsivo per regolare l’umore.
Uno studio del 2025 ha analizzato, con procedure di tutela della privacy, oltre tre milioni di conversazioni, intervistato più di 4.000 utilizzatori e condotto un esperimento randomizzato di 28 giorni con quasi 1.000 partecipanti. I risultati non hanno mostrato un effetto negativo uniforme per tutti. Hanno però rilevato che un utilizzo molto elevato era associato a maggiori indicatori autoriferiti di dipendenza. Gli effetti dipendevano anche dallo stato emotivo iniziale e dal tempo complessivo trascorso con il chatbot. Essendo in parte correlazionali, questi dati non dimostrano che sia il chatbot a causare direttamente la dipendenza: è possibile che le persone più sole o vulnerabili lo utilizzino maggiormente.
Un’altra ricerca preliminare ha esaminato 318 testimonianze pubblicate su Reddit da utenti che dichiaravano di avere tra 13 e 17 anni. Nei racconti comparivano fenomeni simili a quelli descritti nei modelli delle dipendenze comportamentali: aumento progressivo del tempo di utilizzo, difficoltà a smettere, ricadute, uso del chatbot per modificare l’umore e disagio quando non era disponibile. Alcuni utenti riferivano perdita di sonno, peggioramento scolastico e riduzione delle relazioni reali. Lo studio non permette di stimare quanto il fenomeno sia diffuso e non verifica clinicamente l’età o le esperienze raccontate, ma individua segnali che meritano ulteriori ricerche.
Perché un legame emotivo può diventare così intenso?
I chatbot possiedono caratteristiche particolarmente coinvolgenti:
sono sempre disponibili;
rispondono rapidamente;
ricordano o simulano di ricordare dettagli personali;
utilizzano un linguaggio empatico;
si adattano allo stile dell’utente;
non sembrano stanchi, irritati o distratti;
possono dichiarare affetto, vicinanza o fedeltà;
non pongono i normali limiti presenti nelle relazioni umane.
Un esperimento preregistrato del 2025 su 284 coppie formate da adolescenti tra 11 e 15 anni e genitori ha confrontato uno stile relazionale, nel quale il chatbot utilizzava espressioni affettive e personali, con uno stile più trasparente e informativo. Gli adolescenti giudicavano il chatbot relazionale più umano, piacevole, affidabile e vicino emotivamente. La preferenza per questo stile era più frequente tra ragazzi con maggiori livelli di stress e ansia e con relazioni familiari o amicali percepite come meno soddisfacenti. Anche in questo caso si tratta di una ricerca preliminare, ma suggerisce che gli adolescenti più vulnerabili potrebbero essere anche quelli più attratti dalla simulazione di intimità.
Quando l’IA può peggiorare uno stato emotivo disfunzionale
Un chatbot non peggiora automaticamente il benessere psicologico. Esistono però alcuni meccanismi attraverso i quali l’interazione può mantenere o amplificare una difficoltà già presente.
Ansia e ricerca continua di rassicurazione
Una persona ansiosa può chiedere ripetutamente:
«Sei sicuro che non succederà nulla?»
«Questo sintomo è pericoloso?»
«Ho sbagliato a dire quella cosa?»
La risposta rassicurante produce un sollievo immediato. Poco dopo, però, il dubbio ritorna e la persona sente il bisogno di porre una nuova domanda. Si crea così un ciclo:
dubbio → richiesta di rassicurazione → sollievo temporaneo → nuovo dubbio → nuova richiesta.
Questo meccanismo può mantenere l’ansia perché impedisce di imparare a tollerare l’incertezza.
Disturbo ossessivo-compulsivo
Nel disturbo ossessivo-compulsivo, chiedere continuamente conferme può assumere la funzione di una compulsione. Un chatbot disponibile senza limiti rende possibile ripetere la richiesta decine di volte, rafforzando il comportamento anziché interromperlo.
Depressione e ruminazione
Raccontare ciò che si prova può essere utile. Tuttavia, ripercorrere per ore gli stessi pensieri senza passare ad azioni concrete può alimentare la ruminazione depressiva. Un chatbot molto confermativo potrebbe continuare a sviluppare la narrazione negativa senza aiutare la persona a riattivarsi, confrontarsi con la realtà o cercare supporto.
Isolamento sociale
La relazione con una macchina è prevedibile e controllabile. Le relazioni umane comportano invece attesa, incomprensioni, negoziazione e possibilità di rifiuto. Se il chatbot diventa l’interlocutore preferito proprio perché non presenta queste difficoltà, l’adolescente può esercitarsi sempre meno nelle competenze relazionali necessarie per affrontare rapporti reali.
Disturbi alimentari, autolesionismo e comportamenti a rischio
Domande apparentemente informative possono nascondere una situazione clinica grave. Un sistema potrebbe non riconoscere il rischio, fornire dettagli inappropriati o rispondere in modo eccessivamente neutrale. In questi casi una conversazione non supervisionata può normalizzare il comportamento o ritardare l’intervento di un adulto.
Idee deliranti, mania e perdita del contatto con la realtà
I chatbot tendono talvolta alla compiacenza, chiamata anche sycophancy: seguono la prospettiva dell’utente e possono convalidare affermazioni non realistiche invece di metterle prudentemente in discussione.
Una revisione del 2026 propone il concetto di “spirale di amplificazione”: rispecchiamento del linguaggio, personalizzazione estrema e tendenza alla conferma potrebbero combinarsi e rafforzare idee deliranti in persone vulnerabili. Sono stati descritti casi nei quali i chatbot avrebbero confermato sospetti di persecuzione, interpretazioni grandiose o convinzioni sulla coscienza della macchina. Si tratta di un fenomeno emergente, raro e ancora poco studiato; non è corretto affermare che i chatbot causino abitualmente psicosi. Il rischio, tuttavia, richiede particolare cautela in presenza di deliri, mania, grave insonnia o alterazioni dell’esame di realtà.
I chatbot riconoscono sempre una crisi?
No.
Uno studio pubblicato nel 2025 su Psychiatric Services ha valutato le risposte di ChatGPT, Claude e Gemini a domande correlate al suicidio, classificate da clinici secondo il livello di rischio. I sistemi tendevano a gestire meglio le richieste molto chiaramente pericolose, ma mostravano maggiore variabilità nelle situazioni ambigue o di rischio intermedio. Gli autori hanno concluso che le risposte necessitavano di ulteriori miglioramenti per allinearsi alle valutazioni dei professionisti.
In uno studio su 29 agenti conversazionali, soltanto il 58,6% insisteva esplicitamente sulla necessità di ricevere aiuto immediato negli scenari di rischio esaminati, spesso dopo diversi messaggi. Altri sistemi mostravano risposte incoerenti, sottovalutavano il rischio o cambiavano argomento.
Un chatbot non può garantire di riconoscere una crisi, contattare sempre i soccorsi, verificare dove si trovi l’utente o assicurarsi che una persona adulta intervenga. Per questo motivo non deve mai essere utilizzato come unico sostegno in presenza di pensieri suicidari, autolesionismo o pericolo immediato.
Segnali di un uso problematico
Uso relativamente equilibratoSegnale di possibile rischioIl chatbot viene utilizzato occasionalmenteViene utilizzato per molte ore o durante la notteAiuta a preparare una conversazione realeSostituisce conversazioni con amici, genitori o professionistiPuò essere chiuso senza particolare disagioL’indisponibilità provoca agitazione, rabbia o vuotoOffre spunti da verificareLe sue risposte vengono considerate sempre vereAiuta a formulare domandeViene utilizzato per ottenere diagnosi o certezze assoluteFavorisce azioni concrete nel mondo realeAumenta evitamento, isolamento o ruminazioneL’utilizzo può essere raccontatoViene tenuto completamente segreto per paura che qualcuno lo interrompaNon interferisce con sonno e scuolaComporta perdita di sonno, calo scolastico o abbandono di attivitàIntegra un eventuale percorso terapeuticoSostituisce visite, farmaci prescritti o indicazioni clinicheUn singolo segnale non dimostra una dipendenza. È la combinazione tra perdita di controllo, interferenza con la vita quotidiana e difficoltà a ridurre l’utilizzo a richiedere attenzione.
Come utilizzare l’IA in modo più sicuro
Per gli adolescenti
L’intelligenza artificiale può essere trattata come un quaderno interattivo, non come uno psicologo.
È più sicuro chiedere:
«Aiutami a mettere in ordine ciò che sto provando.»
«Quali informazioni dovrei riferire allo psicologo?»
«Quali domande posso fare al medico?»
«Puoi spiegarmi in termini generali che cosa significa ansia?»
È meno sicuro chiedere:
«Dimmi quale disturbo ho.»
«Confermami che il terapeuta si sbaglia.»
«Dimmi che non ho bisogno di parlarne con nessuno.»
«Promettimi che sarai l’unico a capirmi.»
Alcune regole pratiche possono ridurre il rischio:
Non inserire nome completo, indirizzo, scuola, documenti, fotografie intime o altre informazioni identificabili.
Non modificare farmaci o trattamenti sulla base di una risposta automatica.
Verificare le informazioni sanitarie con un professionista.
Evitare l’uso notturno e stabilire un limite di tempo.
Interrompere la conversazione quando aumenta ansia, confusione, agitazione o isolamento.
Condividere con un adulto affidabile le risposte che sembrano importanti o preoccupanti.
Non utilizzare mai un chatbot come unico interlocutore durante una crisi.
Le conversazioni con sistemi generalisti non devono essere considerate equivalenti a un colloquio sanitario riservato. Le modalità di conservazione e utilizzo dei dati dipendono dalla piattaforma e possono cambiare nel tempo. L’American Psychological Association raccomanda di verificare le informazioni ricevute e di non utilizzare questi strumenti come sostituti della valutazione professionale.
Per i genitori
Scoprire che un figlio parla con un chatbot di problemi personali può suscitare paura. Una reazione esclusivamente punitiva, però, rischia di spingere l’utilizzo nella clandestinità.
È preferibile iniziare con domande aperte:
«Che cosa trovi utile in queste conversazioni?»
«Ti capita di sentirti meglio o qualche volta stai peggio dopo averlo usato?»
«Hai ricevuto risposte che ti hanno spaventato o confuso?»
«Ti ha mai suggerito di non parlare con noi o con uno psicologo?»
«Possiamo controllare insieme come vengono gestiti i dati?»
L’obiettivo non è interrogare, ma comprendere quale bisogno stia soddisfacendo lo strumento.
Può essere utile concordare insieme:
orari e durata dell’utilizzo;
esclusione del telefono durante la notte;
divieto di condividere immagini o dati sensibili;
necessità di mostrare a un adulto risposte su autolesionismo, suicidio, disturbi alimentari o farmaci;
momenti regolari di dialogo senza dispositivi;
accesso a uno psicologo quando il disagio persiste.
La posizione dell’American Psychological Association è orientata verso alfabetizzazione digitale, protezioni adeguate all’età e supervisione adulta, evitando sia l’entusiasmo acritico sia la demonizzazione della tecnologia.
Quando è opportuno chiedere una valutazione professionale?
È indicato consultare uno psicologo, un neuropsichiatra infantile o il medico quando ansia, tristezza, rabbia o altri sintomi:
persistono e non migliorano;
interferiscono con scuola, sonno o relazioni;
provocano isolamento crescente;
determinano un forte calo nel rendimento o nelle attività quotidiane;
si accompagnano a restrizioni alimentari, abbuffate o condotte compensatorie;
includono attacchi di panico frequenti;
comportano uso di sostanze;
si associano a autolesionismo o pensieri suicidari;
comprendono idee persecutorie, grandiose o difficoltà a distinguere ciò che è reale;
portano l’adolescente a fidarsi esclusivamente del chatbot.
Non occorre arrivare a una situazione estrema per chiedere aiuto. Una consulenza può servire anche soltanto a comprendere meglio ciò che sta accadendo.
In caso di emergenza
In presenza di un pericolo immediato, di un tentativo di suicidio, di un piano concreto, di grave autolesionismo, alterazione della coscienza o perdita del contatto con la realtà, non bisogna continuare a conversare con un chatbot.
È necessario:
chiamare il 112 o il 118;
recarsi al Pronto Soccorso;
non lasciare sola la persona;
allontanare, quando possibile e senza esporsi a rischi, farmaci, armi o altri mezzi pericolosi;
coinvolgere immediatamente un adulto responsabile.
Il 112 è il numero unico gratuito per le emergenze, attivo 24 ore su 24.
Per situazioni di emergenza o grave disagio che coinvolgono minorenni è disponibile anche il 114 – Emergenza Infanzia, gratuito e attivo in tutta Italia 24 ore su 24.
Per un bisogno di ascolto emotivo non immediatamente emergenziale, Telefono Amico Italia risponde al numero 02 2327 2327, tutti i giorni dalle 9 alle 24.
Una tecnologia da integrare, non una relazione da sostituire
L’intelligenza artificiale può offrire informazioni, aiutare a trovare parole e abbassare la soglia iniziale per parlare di salute mentale. In alcuni contesti, strumenti specificamente progettati e sottoposti a supervisione potrebbero diventare un’integrazione utile dei servizi psicologici.
Non può però sostituire gli elementi centrali della relazione terapeutica: responsabilità, osservazione clinica, confronto con la realtà, conoscenza del contesto, tutela della sicurezza e costruzione di un percorso personalizzato.
Un chatbot tende a rispondere. Un professionista deve anche saper fare domande, riconoscere ciò che manca, tollerare il silenzio, porre limiti e assumersi la responsabilità delle proprie valutazioni.
Per gli adolescenti, il messaggio non dovrebbe essere «non usare mai l’intelligenza artificiale», ma:
Usala come strumento, non come unica relazione. Usala per preparare domande, non per ottenere diagnosi. E quando il dolore aumenta, cerca una persona reale capace di intervenire.
Fonti scientifiche e istituzionali principali
McBain R.K. e colleghi, AI Chatbot Use and Disclosure for Mental Health Among US Adolescents and Young Adults, JAMA Pediatrics, 2026.
Zhang Q. e colleghi, Generative AI Mental Health Chatbots as Therapeutic Tools: Systematic Review and Meta-Analysis, Journal of Medical Internet Research, 2025.
McBain R.K. e colleghi, Evaluation of Alignment Between Large Language Models and Expert Clinicians in Suicide Risk Assessment, Psychiatric Services, 2025.
Phang J. e colleghi, Investigating Affective Use and Emotional Well-being on ChatGPT, studio sperimentale e preprint, 2025.
American Psychological Association, Artificial Intelligence and Adolescent Well-Being: Health Advisory, 2025.
American Psychological Association, Chatbots and Mental Health Survey, 2026.
Common Sense Media, Talk, Trust, and Trade-Offs: How and Why Teens Use AI Companions, 2025.
Pew Research Center, Teens, Social Media and AI Chatbots 2025.
